2017

MIA Photo Fair 2017

In esposizione opere di Thierry Radelet

Modenantiquaria 2017

In esposizione opere di L. Bazzaro, B. Bezzi, M. Bianchi, G. Ciardi, E. Longoni

Presso lo stand sarà inoltre visibile in anteprima la mostra Il Refugium di Luigi Nono. Da soggetto a simbolo.

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2016

MIA Photo Fair 2016

In esposizione opere di Thierry Radelet

Comunicato Stampa

Modenantiquaria

In esposizione opere di A. Morbelli, L. Bazzaro, G. Ciardi, G. De Nittis, S. Lega, G. Segantini, E. Longoni e P. Mariani.

2015

Modenantiquaria

In esposizione opere di L. Bazzaro, M. Bianchi, C. Fornara, E. Longoni, A. Mancini, F.P. Michetti, E. Tito, P. Mariani, D. Ranzoni

Locandina in Pdf

2017

Capitani di un esercito. Milano e i suoi collezionisti

La Principessa di Saint Leger. Ritorno alle Isole di Brissago

Una Principessa, due Isole e l'amore per i giardini.

Dopo novant'anni Antonietta di Saint Leger torna a casa nel dipinto di Daniele Ranzoni, che proprio sulle Isole di Brissago la ritrasse oltre un secolo fa. Un'intrigante storia tutta da scoprire nella Sala Rossa dell'Hotel Isole di brissago.

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Ranzoni. Lo scapigliato maudit

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Il Refugium di Luigi Nono. Da Soggetto a simbolo

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2016

Brera 1891. L'esposizione che rivoluzionò l'arte moderna

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Rassegna Stampa

Fullscreen

Faruffini. Storia di una collezione

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Rassegna Stampa

L'anima svelata

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L'Aprile di Fontanesi. La rivoluzione del paesaggio

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Rassegna Stampa

2015

Leonardo Bazzaro. La dolce vita en plein air

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Rassegna Stampa

Segantini. Petalo di rosa, indagini e scoperte

Comunicato Stampa / Press Release

Rassegna stampa

Piccio Oltre il suo tempo

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Rassegna Stampa

 

Pittura Lombarda dell'800
Da Faruffini a Morbelli

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Rassegna stampa

2014

Collezioni d'autore 2014

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Rassegna Stampa

 

Emilio Longoni Atmosfere

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Rassegna Stampa

Il Vecchio Mulino di Pellizza da Volpedo

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Rassegna Stampa

2013

Il Paesaggio di Pellizza da Volpedo. Indagini e storia di un capolavoro

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Rassegna Stampa

2012

La donna nella pittura italiana dell'800 tra ritratto e paesaggio

Comunicato Stampa

Rassegna Stampa

L'anima geniale. Capolavori del Piccio
da collezioni private

Comunicato Stampa

Collaborazioni

Le Gallerie Maspes collaborano da anni con Istituzioni culturali italiane ed estere per progetti atti a valorizzare la pittura italiana dell'800.

2017

Da Hayez a Boldini. Anime e volti della pittura italiana dell'800

L’esposizione presenterà 100 capolavori dei maggiori esponenti del neoclassicismo, del romanticismo, della scapigliatura e del divisionismo da Canova a Hayez, da Fattori a Segantini, da Inganni a De Nittis, da Appiani fino a Boldini, per raccontare la straordinaria stagione artistica italiana del XIX secolo. 

Il percorso espositivo si aprirà con Amore e Psiche, capolavoro di Antonio Canova, che incarna i canoni dell’estetica neoclassica. Attorno alla scultura ruoteranno alcune delle tele più rappresentative di autori neoclassici, quale Andrea Appiani, pittore prediletto da Napoleone, capace di evocare la sublime grazia raffaellesca.Quindi, la sezione dedicata al romanticismo vedrà come assoluto protagonista Francesco Hayez di cui verrà presentata la Maria Stuarda sale al patibolo, capolavoro di tre metri per due, che giunge eccezionalmente a Brescia. Accanto ad altre opere di Hayez saranno esposti dipinti dei principali autori romantici quali il Piccio, la cui pittura anticipò gli esiti dei maestri della Scapigliatura alla quale sarà dedicata la terza sala, dove spiccheranno le tele di Tranquillo CremonaMentre a Milano si affermavano gli scapigliati, a Firenze, negli stessi anni, si faceva largo un gruppo di giovani e agguerriti artisti che, per reagire alla stanca pittura insegnata nelle accademie, diede vita al movimento dei macchiaioli capitanato da Giovanni Fattori, Silvestro Lega e Telemaco Signorini, qui presenti con alcune delle loro opere più famose.Proseguendo nel percorso, il visitatore verrà prima sedotto dai dipinti a soggetto orientalista, e poi dalle toccanti scene di vita quotidiana immortalate da Induno, Ciardi, Favretto, Palizzi, Irolli, Milesi e dal bresciano Angelo Inganni, qui presente con diversi lavori tra cui due splendide vedute di Piazza della Loggia. Aggiornati sulle novità dell’impressionismo francese i divisionisti elaborarono, invece, un’innovativa tecnica pittorica caratterizzata da intrecci di brevi pennellate cariche di colore, che trova la massima espressione nelle tele cariche di significati simbolici di Segantini, Pellizza da Volpedo e Morbelli. La mostra si chiude con la rievocazione del clima culturale parigino della Belle Époque, dove vissero e lavorarono maestri quali Zandomeneghi, De Nittis e Boldini. Di quest’ultimo, geniale anticipatore della modernità novecentesca, saranno esposti i sensuali ritratti nei quali esaltò la bellezza femminile, svelandone l’anima più misteriosa.

Segantini. Ritorno alla natura

Prodotto da Apnea Film e Diaviva, Segantini, ritorno alla natura è stato scritto a sei mani da Francesco Fei, Federica Masin e Roberta Bonazza. Preziosi per lo sviluppo del progetto la collaborazione con Sky Arte HD, la co-produzione della Provincia autonoma di Trento, del Comune di Arco e il supporto della Fondazione Lombardia Film Commission. L’opera è stata realizzata in collaborazione con MAG, Museo d’Alto Garda, Comune di Milano, Palazzo Reale, Skira Editore, grazie a Cassa Rurale Alto Garda, Garda Trentino Azienda per il Turismo e Feba, in partnership con la Galleria d’arte moderna di Milano, Galleria nazionale d’arte moderna e contemporanea di Roma, Pinacoteca di Brera Milano, Gallerie Maspes Milano e con il patrocinio dell’Accademia di Brera di Milano

Il film, che arriverà nelle sale solo il 17 e 18 gennaio, fa parte della stagione della Grande Arte al Cinema. 

TRAILER

2016

La montagna dipinta

Villa Monastero a Varenna, ospita la mostra  “La montagna dipinta: un percorso pittorico nell’800 e nel primo ‘900 attraverso le collezioni private lombarde”, curata da Anna Ranzi. Organizzata dalla Provincia di Lecco con il contributo di Family Banker Office Banca Mediolanum di Lecco e Cattaneo Paolo Grafiche di Oggiono, la mostra resterà aperta sino al 25 settembre. 
Dopo il tema delle “vie d’acqua”, proposto per la mostra dell’estate 2015, il soggetto scelto quest’anno è la montagna. Lo sforzo per allestire questa mostra è stato notevole. Sono esposti più di cento dipinti realizzati da vari specialisti del tema, quali Filippo Carcano, Emilio Longoni, Angelo Morbelli, Cesare Maggi, Carlo Fornara, Eugenio e Lorenzo Gignous, Leonardo Bazzaro. Le loro opere  si accostano a quelle di autori quali Silvio Poma, Carlo Pizzi, Vincenzo Bianchi, Achille Tominetti, Paolo Sala, Gaetano Fasanotti e Giovan Battista Lelli, e molti altri che hanno raffigurato tra Ottocento e Novecento il paesaggio montano. La nostra grande tradizione alpinistica è inoltre rappresentata da vari artisti-alpinisti che hanno raffigurato le vette raggiunte nel corso del primo Novecento, quali Leonardo Roda, Luigi Binaghi e Paolo Punzo. La mostra  è suddivisa in cinque sezioni:  “La montagna romantica: il sublime e il pittoresco”;  “Tra monti e acque… un racconto del territorio lariano”; “Dal verismo al naturalismo: i pittori della realtà”; “Divisionismo: un paesaggio ricreato” e “Post naturalismo”. Un percorso affascinante che riserva non poche sorprese. «Realizzati da più di settanta pittori di montagna, spesso pittori alpinisti, nati nella maggior parte dei casi in Lombardia e in Piemonte, sono stati scelti per offrire una testimonianza viva della passione e dell’amore che li ha uniti. - scrive Anna Ranzi nella ricca introduzione al catalogo - Alcuni hanno condiviso le esperienze in occasioni particolari (ad esempio la frequentazione, all’incirca nello stesso periodo negli anni ‘80 e ‘90 dell’Ottocento), della zona del Mottarone, dell’Alpino, di Miazzina e Gignese sul Lago Maggiore, altri invece attivi nella Val Vigezzo e nella Val d’Ossola. Altri ancora lavoravano in estrema solitudine, salivano soli nelle zone delle alte vette e dei grandi ghiacciai del Monte Bianco e del Monte Rosa, del Cervino, del Bernina, oppure in Engadina, Valtellina, Valmalenco, Valcamonica, Val d’Intelvi e Valchiavenna, come pure sulle nostre Grigne e in Valsassina. Altri descrivevano le amate montagne riproducendole dal basso, dalle valli, dalle pianure lombarde o dai laghi prealpini».

Dialogo sulla misericordia

I musei di San Salvatore in Lauro di Roma ospitano, a partire dal 13 maggio 2016, la mostra "Dialogo sulla Misericordia dal Seicento all’Ottocento. Capolavori dall’Ermitage e da Collezioni Italiane". Si tratta di un evento organizzato in occasione del Giubileo della Misericordia. A curare la mostra sono i professori Sergej Androsov (Museo dell'Ermitage) e Paolo Serafini (Università di Roma La Sapienza). Le entità coinvolte sono il Pio Sodalizio dei Piceni, Il Cigno GG Edizioni di Roma e Il Museo Statale dell’Ermitage di San Pietroburgo. Undici delle opere esposte provengono proprio dal Museo dell'Ermitage di San Pietroburgo, mentre altre undici provengono da collezioni private italiane. L'arco temporale e artistico coperto va dal Seicento europeo al grande Ottocento italiano; il focus - spiegano gli organizztori - è sui temi religiosi, mistici, storici e sociali. Tra le opere esposte: La Deposizione di Pieter Paul Rubens, L’Annunciazione di Anton Raphael Mengs, L’Incredulità di San Tommaso di Anthonis Van Dyck, Il Martirio di Santo Stefano di Pietro da Cortona, Il Cristo tentato di Domenico Morelli, Le Due Madri di Luigi Nono, I Musici santimbanchi di Antonio Mancini.

I Macchiaioli. Le collezioni svelate

La mostra I Macchiaioli. Le collezioni svelate ha il pregio di presentare al pubblico per la prima volta importanti dipinti dei Macchiaioli e non solo, collocandoli nel contesto delle antiche collezioni che in origine li ospitarono. Le opere che appartenevano a grandi collezioni del passato - come quella di Cristiano Banti, Diego Martelli, Rinaldo Carnielo, Edoardo Bruno, Gustavo Sforni, Mario Galli, Enrico Checcucci, Camillo Giussani, Mario Borgiotti - oggi sono confluite per lo più in collezioni private e rappresentano un nucleo inedito del più importante movimento pittorico italiano del XIX Secolo.
In mostra oltre 110 opere che rappresentano la punta di diamante di ricchissime raccolte di grandi mecenati dell’epoca, personaggi di straordinario interesse, accomunati dalla passione per la pittura, imprenditori e uomini d’affari innamorati della bellezza, senza i quali oggi non avremmo potuto ammirare questi capolavori. Talvolta donate dagli autori stessi e più spesso acquistate per sostenere gli amici pittori in difficili momenti, queste opere - in grado di assecondare il piacere estetico e arricchire le più grandi quadrerie - sono diventate capolavori ricercati anche dai grandi intenditori d’arte dei nostri giorni. 

Dal Divisionismo al Futurismo

Il progetto espositivo “Dal Divisionismo al Futurismo” si sviluppa in due mostre che hanno in comune la significativa ricerca su un preciso periodo storico. Si tratta però di due mostre diverse, che costituiscono due tappe di un unico grande programma che ruota attorno a un nucleo di capolavori. A Madrid e a Rovereto, attraverso una selezione di opere provenienti dalle Collezioni del Mart e da prestiti pubblici e privati, le due mostre illustrano le origini e lo sviluppo del Divisionismo in un confronto con il Futurismo: nel dialogo tra due generazioni di artisti si definisce la nascita della pittura moderna in Italia. Partendo dal Divisionismo e dagli studi sulla luce e sul colore, i pittori italiani hanno intrapreso il percorso che ha portato, naturalmente, alle avanguardie del XX secolo. Il Divisionismo si afferma nel 1891 alla Triennale di Brera, con la prima uscita “pubblica” di un gruppo di giovani pittori: Giovanni Segantini, Giuseppe Pellizza da Volpedo, Angelo Morbelli, Emilio Longoni. Questi artisti svolgono un ruolo fondamentale nel rinnovamento dell’arte italiana che trova il suo ideale proseguo nelle avanguardie storiche. In particolare, sulla forza rivoluzionaria di questa nuova poetica e sulle sue basi tecniche pone le fondamenta il Futurismo, che irrompe sulla scena dell’arte italiana all’inizio del ’900, rappresentato da Umberto Boccioni, Giacomo Balla, Carlo Carrà, Luigi Russolo e Gino Severini. Ha spiegato la curatrice Beatrice Avanzi durante la presentazione del progetto a Madrid: “Questi pittori non solo aprirono la strada verso le avanguardie italiane, ma inaugurarono le riflessioni sulla nascita stessa del mondo contemporaneo” e ancora “Il Futurismo è una costola del Divisionismo. Né la guerra, né il fascismo hanno potuto annichilire una forza tanto potente come quella dei Futuristi. In loro c’è il seme degli artisti che successivamente hanno rinnovato l’Italia.”

Lo splendore di Venezia

Si tratta di un’esposizione di caratura internazionale, ricca di capolavori provenienti da collezioni pubbliche e private italiane ed estere, che vuole celebrare la città italiana che più di ogni altra è stata, ed è ancora oggi, un mito intramontabile nell’immaginario collettivo: Venezia. Crogiolo di arte e cultura, religioni e commerci, monumenti storici e scorci mozzafiato, la Serenissima ha sedotto con il suo fascino ammaliante generazioni di viaggiatori, mercanti, letterati e soprattutto pittori che hanno fissato sulla tela con la magia del pennello piazze, chiese e canali, luci, riflessi e le mutevoli atmosfere di questo “luogo incantato fuori dal tempo sospeso tra distese di acqua e di cielo”. Nel corso dei secoli Venezia è stata così spesso immortalata sia da artisti italiani che stranieri da determinare la nascita del vedutismo, nuovo filone iconografico particolarmente apprezzato dai colti e ricchi viaggiatori del Grand Tour desiderosi di tornare in patria con una fedele istantanea delle incantevoli bellezze ammirate nel Bel Paese. Per raccontare al pubblico la genesi e lo sviluppo della gloriosa stagione del vedutismo veneziano, Palazzo Martinengo accoglie in esclusiva una selezione di oltre cento capolavori di Canaletto, Bellotto, Guardi e dei più importanti vedutisti del XVIII e XIX secolo. Accuratamente selezionati da un comitato scientifico internazionale presieduto dal curatore Davide Dotti, i dipinti dimostreranno che la fortuna del vedutismo non si esaurì con la fine della Repubblica di Venezia, ma proseguì anche durante l’intero corso dell’Ottocento.

2015

L'incanto dei macchiaioli nella collezione di Giacomo e Ida Jucker

Al Museo Poldi Pezzoli si “ricompone” la Casa dei coniugi Giacomo e Ida Jucker, grandi collezionisti dell’arte del secondo Ottocento, grazie alla mostra L’incanto dei Macchiaioli nella collezione di Giacomo e Ida Jucker, allestita presso la Casa-Museo dal 13 novembre al 29 febbraio 2016.

La suggestiva ricostruzione degli interni è stata curata dal interior designer Nuor Abi Saab.

La raccolta di cinquantacinque dipinti, collezionati con rigore filologico a cavallo tra le due guerre dall’imprenditore italo svizzero ispirato dall’esperto consiglio di Emilio Cecchi e Enrico Somarè, è dedicata prevalentemente ai Macchiaioli e a qualche esponente di spicco del secondo Ottocento italiano.

Solo oggi, dopo più di quarant’anni dall’ultima esposizione al pubblico, che ne decretò il successo della critica, la collezione è stata ricomposta nella mostra.

Particolarmente indovinata la prestigiosa sede espositiva che consente di accostare due figure di assoluto rilievo, esponenti della grande tradizione del collezionismo lombardo: Gian Giacomo Poldi Pezzoli e Giacomo Jucker.

La mostra è stata occasione per sviluppare l’attività di studio e ricerca sul fenomeno del mecenatismo artistico in Lombardia, cui è dedicato per elezione il Museo Poldi Pezzoli.

Una suggestione particolare suscita sul piano urbanistico la sede museale di via Manzoni che si colloca sull’asse di collegamento con Casa Jucker in Mauro Macchi, dove nacquero le collezioni Giacomo e Ida Jucker.

In mostra, opere di Giovanni Fattori (Costumi livornesi, Silvestro Lega che dipinge sugli scogli, Signore in giardino, Il pittore Eugenio Cecconi che dipinge, La strada che sale,Cavalleggeri in avanscoperta, Ritratto di popolana e Cavallo al sole), Silvestro Lega (Curiosità, Lettura romantica, La signorina Titta Elisa Guidacci, La bigherinaia, Profilo di donna), Giuseppe Abbati (Il Chiostro di Santa Croce, Stradina al sole, Il Campanile di Badiae Il Mugnone alle Cure), Telemaco Signorini (Stradina al sole, Settignano, Una via di Edimburgo, Bapin del Lilela e Strada alla Capponcina), Giovanni Costa (Tramonto sull’Arno), Odoardo Borrani (La raccolta del grano sull’Appennino), Vincenzo Cabianca (Lungomare), oltre a lavori del secondo Ottocento di Giuseppe De Nittis (Che freddo!) e Daniele Ranzoni (Autoritratto giovanile di Giuseppe Carnovali detto Il Piccio, La Principessa Antonietta Tzikos di St. Léger).

La mostra è a cura di Andrea Di Lorenzo, Fernando Mazzocca e Annalisa Zanni su progetto di Giuliano Matteucci e Augusto Mercandino.

Fattori

Il pittore livornese Giovanni Fattori (Livorno 1825-Firenze 1908) è stata una delle più grandi personalità del gruppo macchiaiolo, giunto a Firenze come allievo di Giuseppe Bezzuoli, artista molto stimato e abile nel tema del ritratto quanto nella scena storica e in quella di genere. A lui è stata dedicata dalla Fondazione Bano una mostra antologica che è in corso dal 24 ottobre 2015, dal martedi alla domenica, e si concluderà il 28 marzo 2016 presso Palazzo Zabarella di Padova. La mostra è curata dai più grandi esperti della pittura di Fattori, e presenta al pubblico oltre cento dipinti in ordine cronologico e tematico dell'artista livornese. Attraverso la carriera artistica di Fattori si ripercorre la rivoluzione compiuta dai macchiaioli, il cui teatro è stato il celebre Caffè Michelangelo di Firenze, con la loro tecnica spregiudicata, a macchie di colori, e la loro predilezione per la raffigurazione della vita quotidiana, lontano dai temi storici e religiosi tanto caldeggiati dagli ambienti accademici dell'epoca. Una simile stesura del colore era stata considerata fino ad allora uno stadio preparatorio del dipinto, finalizzato allo studio delle gradazioni di colore, dell'incidenza della luce e della scansione delle parti.


I visitatori potranno apprezzare anche la straordinaria versatilità di Fattori, il quale si è confrontato contunuamente con paesaggi (soprattutto quelli della sua aspra terra, la Maremma toscana, mitica protagonista dei capolavori degli ultimi anni del pittore), ritratti, scene di vita popolare, resoconti di storia contemporanea, facendo emergere gli stati d'animo più disparati dell'umanità e riflettere i cambiamenti storico-sociali che animavano l'Italia dell'Ottocento.

La lezione artistica di Giovanni Fattori
Nella produzione artistica di Fattori, che è stato più volte accostato dalla critica a Cézanne, a Courbet, a Goya, segnano la svolta verso la macchia una serie di tavolette dipinte nel 1859 e dedicate ai soldati francesi accampati nei prati delle Cascine, su cui si affacciano le finestre del suo studio. Fattori traduce un tema piuttosto diffuso, quello della guerra e nello specifico le guerre di indipendenza, facendosi interprete della delusione di un'intera Nazione per aver creduto invano negli ideali del Risorgimento. A questi piccoli lavori, il livornese affianca opere di altro respiro, soprattutto composizioni storiche come "Maria Stuarda al campo di Crookstone", e "Il campo italiano dopo la battaglia di Magenta", dipinto che lascia ampio spazio allo sfondo. Una gamma cromatica ridottissima caratterizza la tela In vedetta, molto contenuta nelle dimensioni, ma monumentale nel contenuto: le sagome scure dei soldati si stagliano in uno spazio strutturato su una prospettiva rigorosa degna degli esempi rinascimentali; il paesaggio è avvolto da un chiarore abbagliante e risolto nel complesso gioco del contrasto cromatico tra macchie nere e macchie bianche. La produzione ricchissima e coerente di Giovanni Fattori trova una maggiore compiutezza formale negli anni sessanta, quando egli si rifugia con i colleghi Borrani, Abbati e Martelli a Castiglioncello, dove nasceranno opere di altissimo livello, come i ritratti di Diego Martelli e della moglie.

LEGGERE, LEGGERE, LEGGERE! Libri, giornali lettere nella pittura dell'Ottocento

Alla Pinacoteca cantonale Giovanni Züst di Rancate, nel Cantone Ticino, a pochi chilometri dal confine italiano, questa grande mostra (oltre 80 tele e sculture di qualità superba) racconta la più importante delle rivoluzioni. Uno sconvolgimento non accompagnato dal tuono dei cannoni, avvenuto al contrario nel silenzio di case e scuole. La rivoluzione della lettura.
Che significò non solo l’accesso all’informazione: per la prima volta infatti diventava possibile entrare in contatto con il mondo che è al di là della famiglia o del villaggio, il sapere cosa accade oltre l’orizzonte quotidiano. Ma che significò anche e soprattutto la possibilità di mantenere un contatto con familiari lontani, con fidanzati al fronte o emigrati. Senza dover ricorrere alla mediazione del parroco, spesso l’unica persona del paese ad essere in grado di leggere e scrivere. Poi e soprattutto il piacere della lettura, si tratti della Sacra Bibbia o del romanzo d’amore o di avventura: l’irrompere di grandi mondi e di grandi storie all’interno delle chiuse mura di casa, sin dentro l’anima.
Il tutto nell’Ottocento, qui indagato non solo tra Ticino e Italia, due territori geograficamente confinanti e culturalmente vicini, ma anche allargando i confronti alla Svizzera, con una sezione dedicata al celebre artista elvetico Albert Anker (1831-1910).
Le opere che il curatore Matteo Bianchi ha selezionato per la mostra alla Züst (dal 18 ottobre 2015 al 24 gennaio 2016) sono state attentamente individuate sia in collezioni museali che private.
Fra gli artisti ticinesi l’esposizione propone opere di Preda, Monteverde, Feragutti Visconti, Berta, Franzoni, Chiesa, Luigi Rossi e sculture di Vincenzo Vela e Luigi Vassalli. Tra gli italiani, troviamo opere importanti di Induno, Cabianca, Cremona, Ranzoni, Mosè Bianchi, Morbelli, Nomellini, Sottocornola, Paolo Sala, Corinna Modigliani e naturalmente di macchiaioli come Zandomeneghi.
Punto di partenza della rassegna è Albert Anker (1831-1910), il più amato e conosciuto fra i pittori elvetici – che torna finalmente ad essere esposto nel Ticino dopo la mostra del 1989 a Villa dei Cedri – a cui si dedicherà un’intera sala. La pittura di Anker permette una ricognizione che riassume e illustra, con elementi di classicità gentile, la funzione della lettura attraverso le varie generazioni e la diversità dei supporti, dal libro al giornale, dal documento alla lettera. Un accento particolare è posto dal pittore sul tema dell’istruzione dell’infanzia o più in generale dell’educazione sentimentale alla lettura dei protagonisti dei suoi quadri. Quella che Anker offre è una galleria indimenticabile di tipi umani: scolari, ragazze che si pettinano o lavorano a maglia e intanto leggono, bambini che si affacciano con sguardi incuriositi al foglio stampato, segretari comunali concentrati nel confronto con documenti ufficiali, ma anche anziani che leggono la Bibbia o il giornale.

Dall’alfabeto alla Bibbia ai romanzi, dall’apprendimento al consumo, la lettura assume forme differenti, genera svariati umori, suscita reazioni che spaziano dalla gioia al dolore, dall’attesa alla malinconia: si svolge en plein air, sulla soglia, seduti in poltrona o confinati in letti da convalescenti, sempre sul filo della conoscenza, di nuove emozioni.
Si passa dalla lettura domenicale, a voce alta, della Bibbia, con la famiglia raccolta ad ascoltare, a quella delle lettere giunte dal fronte, in epoca risorgimentale – celebri i dipinti degli Induno su questo tema – e talvolta lette dal parroco, alle lettere d’amore, alla lettura del giornale, finestra sul mondo che permette un’informazione più capillare, a quella d’evasione, spesso femminile, che viene raffigurata in quadri di grande impatto emotivo. La lettura incomincia quindi nell’Ottocento ad accompagnare e scandire ogni momento della vita, facendo da tramite per notizie dei propri cari o di attualità, ma anche permettendo di viaggiare con la mente in luoghi lontani, grazie alla diffusione di romanzi che offrono svago e riflessione.
Viene infine proposta una breve sezione documentaria legata all’istruzione, con un accento sul lavoro svolto nel Ticino dal politico e riformatore svizzero Stefano Franscini (1796-1857), rappresentato dallo scultore Vincenzo Vela, mentre il noto pedagogista Johann Heinrich Pestalozzi (1746-1827) è presente con i bronzi di Luigi Vassalli e Giuseppe Chiattone.

Un tema dunque che permette innumerevoli percorsi e approfondimenti e che vuole accompagnare il visitatore fin nell’intimità di un gesto che ha segnato i momenti cruciali della vita, sia pubblica che privata, di generazioni. A questo proposito la mostra getta un ponte ideale con la contemporaneità grazie ad una vera e propria chicca, una sezione con gli scatti del noto fotografo siciliano Ferdinando Scianna pubblicati nel libro Lettori (ed. Henry Beyle, 2015), in cui egli stesso dichiara: “Dal momento che non si può fotografare la letteratura ho deciso di immortalare chi legge […]. Per me fotografo, o almeno per il tipo di fotografia che amo e che cerco di praticare, la realtà è quindi un infinito libro da leggere e rileggere”.

Divisionismo tra Torino e Milano - Da Segantini a Balla

Il Museo Accorsi – Ometto presenta un’esposizione che intende esplorare, attraverso quarantasei opere selezionate secondo un elevato criterio qualitativo e storico, i percorsi del Divisionismo partendo dall’epicentro della pittura divisa italiana: il Piemonte e la Lombardia. 
Il Divisionismo è stato un movimento fondamentale per la vita artistica e per la cultura italiana, pienamente inserito, con ruolo autonomo, nelle tendenze figurative europee della fine del secolo XIX e inizi del XX. L’importanza dello studio della luce e il ricorso ai colori puri, stesi in tessiture a puntini e filamenti, erano gli elementi che tracciavano la reazione al realismo in direzione simbolista e socio-umanitaria. 
La nuova tendenza prendeva avvio dai secondi anni Ottanta dell’Ottocento, otteneva il varo ufficiale con la Prima Triennale di Milano del 1891 e si protraeva fino a tutti gli anni Venti del Novecento. 
La mostra, realizzata in collaborazione con lo Studio Berman di Giuliana Godio e a cura di Nicoletta Colombo, muove dalla considerazione del ruolo fondamentale assunto nello svolgimento delle tendenze divisioniste dalle città di Milano e di Torino e intende concentrare l’attenzione sui protagonisti consacrati della “pittura divisa”, di origine o formazione piemontese e lombarda. 

Boldini. Lo spettacolo della modernità

“C’est un classique!”. E’ questo il riconoscimento dato a Giovanni Boldini (Ferrara 1842 - Parigi 1931), fin dalla prima esposizione postuma che si tenne a Parigi a pochi mesi dalla morte. “Il classico di un genere di pittura”, ribadì in quella occasione Filippo de Pisis. Dopo la rassegna dedicata nel 2012 a Wildt (che sarà protagonista nel 2015 di una mostra realizzata dal Musée d’Orsay all’Orangerie di Parigi in collaborazione con la Città di Forlì e la Fondazione Cassa dei Risparmi di Forlì), e le due successive sul Novecento ed il Liberty, la Fondazione e i Musei San Domenico di Forlì proseguono nella esplorazione, attraverso nuovi studi e la riscoperta di opere poco note, della cultura figurativa tra Otto e Novecento, proponendo per la stagione espositiva del 2015 una approfondita rivisitazione della vicenda di Giovanni Boldini certamente il più grande e prolifico tra gli artisti italiani residenti a Parigi. È in questo ideale spazio di rapporto tra Forlì e Parigi che si colloca la nostra nuova iniziativa. Nella sua lunghissima carriera, caratterizzata da periodi tra loro diversi a testimonianza di un indiscutibile genio creativo e di un continuo slancio sperimentale che si andrà esaurendo alla vigilia della prima Guerra Mondiale, il pittore ferrarese ha goduto di una straordinaria fortuna, pur suscitando spesso accese polemiche, tra la critica ed il pubblico. Amato e discusso dai suoi primi veri interlocutori, come Telemaco Signorini e Diego Martelli, fu poi compreso e adottato negli anni del maggiore successo dalla Parigi più sofisticata, quella dei fratelli Goncourt e di Proust, di Degas e di Helleu, dell’esteta Montesquiou e della eccentrica Colette. Rispetto alle recenti mostre sull’artista, questa rassegna si differenzia per una visione più articolata e approfondita della sua multiforme attività creativa, intendendo valorizzare non solo i dipinti, ma anche la straordinaria produzione grafica, tra disegni, acquerelli e incisioni. Le ricerche più recenti di Francesca Dini (curatrice della mostra insieme a Fernando Mazzocca), consentono di arricchire il percorso con la presentazione di nuove opere, sia sul versante pittorico che, in particolare, su quello della grafica. Uno dei punti di maggior forza, se non quello decisivo, della mostra sarà la riconsiderazione della prima stagione di Boldini negli anni che vanno dal 1864 al 1870, trascorsi prevalentemente a Firenze a stretto contatto con i Macchiaioli. Questa fase, caratterizzata da una produzione di piccoli dipinti (soprattutto ritratti) davvero straordinari per qualità e originalità, sarà vista in una nuova luce grazie alla possibilità di presentare parte del magnifico ciclo di dipinti murali realizzati tra il 1866 e il 1868 nella Villa detta la “Falconiera”, a Collegigliato presso Pistoia, residenza della famiglia inglese dei Falconer. Si tratta di vasti paesaggi toscani e di scene di vita agreste che consentono di avere una visione più completa del Boldini macchiaiolo. Le prime sezioni, nelle sequenza delle sale al piano terra, saranno dedicate alla immagine dell’artista rievocata attraverso autoritratti e ritratti; alla biografia per immagini (persone e luoghi frequentati); all’atelier; alla grafica così rivelatrice della sua incessante creatività. Le sezioni successive, al primo piano, dopo il ciclo della “Falconiera”, ripercorreranno attraverso i ritratti di amici e collezionisti la grande stagione macchiaiola. Seguirà la prima fase successiva al definitivo trasferimento a Parigi, caratterizzata dalla produzione degli splendidi paesaggi e di dipinti di piccolo formato con scene di genere, legata al rapporto privilegiato con il celebre e potente mercante Goupil. Avranno subito dopo un grande rilievo, anche per la possibilità di proporre confronti con gli altri italiani attivi a Parigi, come De Nittis, Corcos, De Tivoli e Zandomenenghi, le scene di vita moderna, esterni ed interni, dove Boldini si afferma come uno dei maggiori interpreti della metropoli francese negli anni della sua inarrestabile ascesa come capitale mondiale dell’arte, della cultura e della mondanità. Seguiranno infine le sezioni dedicate alla grande ritrattistica che lo vedono diventare il protagonista in un genere, quello del ritratto mondano, destinato ad una straordinaria fortuna internazionale. A questo proposito costituirà una novità la possibilità di accostare per la prima volta ai suoi dipinti le sculture di Paolo Troubetzkoy in un confronto interessante sia sul piano iconografico che formale.

2014

Preziosa Opera

Negli spazi di Villa Scalcabarozzi a Valenza aprirà il 14 dicembre 2014 la mostra Preziosa Opera. Capolavori dell'arte e tradizione orafa a Valenza, promossa dal Comune di Valenza con il sostegno di Fondazione Cassa di Risparmio di Alessandria e Fondazione Cassa di Risparmio di Torino. 

La mostra, a cura di Domenico Maria Papa, organizzata dal Centro Comunale di Cultura e visitabile fino al 25 gennaio 2015, riapre le sale del futuro Museo del Gioiello dopo il successo dello scorso anno della mostra Tesori d'Arte a Valenza. 

 

Umberto Boccioni, Filippo De Pisis, Giovanni Boldini, Domenico Induno, Felice Casorati, Giorgio De Chirico, Giuseppe Pellizza Da Volpedo e Andy Warhol sono solo alcuni dei nomi scelti per illustrare il panorama artistico nel quale si è formata la tradizione orafa valenziana. Molte le opere provenienti dai musei e dai collezionisti privati che anche in questa occasione mettono a disposizione del pubblico un patrimonio artistico inestimabile. 

Il percorso espositivo si snoda da fine '800 a tutto il '900 fino alle generazioni artistiche più recenti, alternando opere pittoriche, sculture e oggetti preziosi. 

“Le oltre 100 opere presenti tra dipinti, sculture e gioielli – dichiara il curatore Domenico Maria Papa – trasformeranno le sale di Villa Scalcabarozzi in una vera e propria Wunderkammer, una camera delle meraviglie di preziosità. Raccogliendo opere molto diverse per epoca, materiali e intenti, ed essendo, per scelta, un’esposizione non sistematica, il percorso espositivo mostra come l’arte, quando è realizzata con maestria e cura, accoglie le finalità più alte e apprezzabili della tradizione artigianale. Al tempo stesso, l’artigianato più nobile dialoga con l’arte della quale mette in pratica insegnamenti e sperimentazioni”. 

In mostra, un nucleo di opere, soprattutto ritratti, tra fine Ottocento e inizi Novecento, in cui sono rappresentati gioielli, con opere - tra gli altri - di Federico Zandomeneghi, Luigi Nono, Domenico Induno, Giacomo Grosso, Giuseppe Pellizza Da Volpedo. Altre opere mostrano come l’esecuzione raffinata e la buona pittura possano rendere a pieno l’idea di un’arte preziosa, anche quando sperimenta i limiti della figurazione. Ne sono esempi le opere di Umberto Boccioni, Felice Casorati, Plinio Nomellini, Filippo De Pisis, Giorgio De Chirico, René Magritte.

La scultura – collocata anche in esterno nel parco della Villa - è rappresentata, tra gli altri, da Arnaldo Pomodoro, Francesco Messina, Piergiorgio Colombara, Maïmouna Guerresi, Giuseppe Bergomi. Infine una ricca sezione è dedicata alle generazioni più recenti rappresentate da Maurizio Vetrugno, Mirta Carroli, Andrea Massaioli, Carlo Galfione, Plinio Martelli, Jessica Carrol, Luisa Valentini, Maura Banfo, Enrica Borghi, Carlo D’Oria, Andrea Massaioli, Michelangelo Galliani, Antonio De Luca che si sono cimentate con il tema del prezioso o con la produzione di gioielli. In mostra (e in catalogo), un contributo dello scrittore Nicolai Lilin.

Segantini

Artista di straordinaria notorietà in vita, dimenticato e poi riscoperto dalla critica italiana e internazionale in varie fasi del Novecento, Giovanni Segantini è il protagonista della grande mostra antologica prodotta per il prossimo autunno da Comune di Milano – Cultura, Palazzo Reale e Skira editore in collaborazione con Fondazione Antonio Mazzotta. La mostra partecipa a Milano Cuore d’Europa, il palinsesto culturale multidisciplinare dell’Assessorato alla Cultura del Comune di Milano dedicato all'identità europea della nostra città anche attraverso le figure e i movimenti che, con la propria storia e la propria produzione artistica, hanno contribuito a costruirne la cittadinanza europea e la dimensione culturale. “Il cuore dell’attività di Giovanni Segantini si è sviluppata a Milano – afferma l’Assessore alla Cultura Filippo Del Corno - dove il suo status di ‘cittadino di frontiera’ gli ha permesso di spaziare con libertà intellettuale e artistica attraverso le diverse tendenze pittoriche e culturali dell’epoca. Per questo motivo siamo molto lieti di ospitare le sue opere a Palazzo Reale nella più grande mostra a lui dedicata in Italia, nella quale non solo ritroveremo i suoi quadri più noti, come le sue straordinarie nature morte oppure i navigli milanesi dei suoi esordi, ma anche molti dipinti che non sono mai stati esposti nella nostra città. Un grande artista, molto noto in vita, la cui pittura è stato un punto di riferimento per i maggiori pittori delle avanguardie europee, la cui fama, però, è stata offuscata durante il fascismo a causa dell’isolamento culturale di cui ai tempi ha sofferto il nostro paese ”. Curata da Annie-Paule Quinsac, autrice del catalogo ragionato e maggior esperta di Segantini, a cui ha dedicato quasi mezzo secolo di studi e otto mostre in tutto il mondo, e da Diana Segantini, pronipote dell’artista e già curatrice della esposizione tenutasi alla Fondazione Beyeler nel 2011, la mostra presenta per la prima volta a Milano oltre 120 opere da importanti musei e collezioni private europee e statunitensi, divise in otto sezioni, ciascuna delle quali dedicata a un aspetto dell’arte di Segantini e rappresentata da alcuni dei maggiori capolavori del grande artista, di cui molti mai esposti in Italia o esposti oltre un secolo fa. Scopo della rassegna è offrire al grande pubblico e agli studiosi la panoramica più completa dell’opera di Segantini e farlo così scoprire, o riscoprire, nella sua straordinaria arte. Milano è centrale nella breve e intensa vicenda dell’artista che, nato ad Arco di Trento nel 1858, allora “terra irredenta” posta sotto il dominio dell’Impero Asburgico, muore quarantunenne nel 1899 in Engadina. Segantini ritenne sempre sua patria l’Italia, anche se, persa la cittadinanza austriaca, non riuscirà per questioni burocratiche legate al mancato servizio di leva prestato per l’Austria, ad ottenere cittadinanza e passaporto italiani. Si troverà così in una situazione quasi da “apolide”, che non gli permetterà una libera circolazione all’estero, e quindi di intraprendere quei viaggi tanto necessari alla formazione di ogni artista. A Milano arriva nel 1865 a sette anni e se ne andrà nel 1881 per trasferirsi prima in Brianza e poi in Svizzera, a Savognino e poi in Engadina. Resta dunque nel capoluogo lombardo diciassette anni, fondamentali per lo sviluppo della sua carriera artistica e per la sua fortuna di artista. Milano rimarrà il fulcro della parabola segantiniana, la perenne finestra sul mondo dell’arte.Il percorso della mostra si apre con una sezione introduttiva di documenti, fotografie, lettere, libri, il busto di Segantini eseguito da Paolo Troubetzkoy e quello giovanile di Emilio Quadrelli, il ritratto di Segantini sul letto di morte, acquarello di Giovanni Giacometti, suo amico fraterno e padre del celebre scultore Alberto. Segue una sezione preliminare con quasi tutti gli autoritratti di Segantini, che permettono di percepire l’evoluzione dall’immagine “realistica” che il pittore dà di se stesso nell’Autoritratto all’età di vent’anni (1879-1880), alla progressiva trasformazione simbolista in icona bizantina, nel carboncino su tela del 1895. Milano, come abbiamo visto, è centrale nella vita e nell’opera del maestro, è il luogo dove Segantini preferisce esporre, dove ha sede la galleria Grubicy che, tramite Vittore prima e Alberto poi, lo sostiene e lo introduce alla borghesia illuminata lombarda, facendogli conoscere, attraverso pubblicazioni e riproduzioni, la maggiore arte contemporanea europea: da Millet, cui sarà spesso accostato, alla Scuola di Barbizon sino alla scuola olandese che ne deriva. A Milano assimila le nuove tendenze artistiche, dapprima la Scapigliatura, poi il Divisionismo, di cui sarà considerato il corifeo, sino al Simbolismo, che rielaborerà in modo personalissimo e visionario. Tuttavia, alla città stessa Segantini dedica pochi lavori, tutti presenti in mostra nella I sezione Gli esordi come Il coro di Sant’Antonio (1879) o gli scorci cittadini quali Il Naviglio sotto la neve (1879-1880), Ritratto di donna in Via San Marco (1880), Nevicata sul Naviglio (1880 circa), Il Naviglio a Ponte San Marco (1880), rimanendo estraneo alla rinascita di quella poetica urbana che genera una vera e propria iconografia della città in trasformazione. In questa sezione introduttiva della mostra viene presentato il dittico I pittori di una volta, I pittori di oggi, la cui prima parte, disgiunta da Vittore Grubicy dopo la mostra del 1883 e non più esposta, è stata ritrovata di recente. Segantini resta comunque dal 1886 un outsider rispetto alla cultura milanese, comunque determinante nelle sue scelte di artista e di uomo e della quale influenza gli sviluppi: “Una posizione in bilico – spiega Quinsac nel suo saggio in catalogo – la cui peculiarità ha originato gli equivoci del Novecento, spiazzando la fortuna critica, comunque spezzettata tra tre paesi, Italia, Austria e Svizzera, che tuttora se lo contendono”. Nato poverissimo e orfano, compie il suo apprendistato a bottega e a Brera, sviluppando rapidamente una prodigiosa capacità artistica e intellettuale, tanto da lasciare numerosi e brillanti scritti teorici che, pur sgrammaticati per via delle sue lacune infantili, danno prova di una mente lucida che arriva a formulare un personalissimo pensiero estetico. La II sezione della mostra Il ritratto. Dallo specchio al simbolo, presenta una selezione di magnifici dipinti, alcuni mai visti a Milano, come ad esempio il Ritratto della Signora Torelli (1885-1886), nel quale è raffigurata la moglie del fondatore del “Corriere della Sera”, Eugenio Torelli Viollier, scrittrice femminista affermata, nota come marchesa Colombi. Quest’opera appartiene a una famiglia che ne è proprietaria sin dal 1898. E poi L’ebanista Mentasti (1880), il Ritratto di Carlo Rotta (1897), pretesto per una meditazione sulla morte, o Petalo di rosa (1890), dipinto sopra il precedente Tisi galoppante del 1883, nel quale il volto della compagna Bice al risveglio è simbolo di sensualità: la scelta di opere effettuata intende illustrare l’evoluzione simbolista che l’artista impartisce al genere del ritratto. Quando nel 1881 lascia Milano per la Brianza, Segantini aspira a un contatto con la natura, rifiutando l’idea metropolitana della vita e dell’arte dei suoi amici scapigliati. Imbocca subito una via inconsueta: traduce i paesaggi dal vero in ricche sfumature tonali per farsi interprete di una natura concepita come terra di vita agricola. Non intende tuttavia condividere l’esistenza quotidiana dei contadini. Adotta infatti da subito uno stile alto borghese, con villa e servitori, che lo porta in breve a uno stato di crisi economica permanente, nonostante il successo e i guadagni. Dalla Brianza passa in Svizzera in abitazioni via via più lussuose: nel 1886 a Savognino nei Grigioni, nel 1894 a Maloja nel meraviglioso chalet Kuoni, spostandosi durante i lunghi e freddi inverni a Soglio in Val Bregaglia. La vita agiata non lo distoglie dalla pittura en plein air, passa lunghe ore all’aperto per impossessarsi pittoricamente dei luoghi che lo circondano, componendo direttamente sulla tela e di getto per giorni. “Il contadino come eroe dimenticato non lo interessa – scrive la Quinsac – è della natura che vuole impadronirsi, con i cieli, la terra, gli animali e le genti che la popolano”.La III sezione Il vero ripensato: la natura morta presenta una serie di straordinarie nature morte, genere obbligato alla fine dell’Ottocento, cui Segantini si dedica con eccellente maestria sia in pannelli decorativi, di cui sono esposti due bellissimi esempi con frutta e fiori, sia nella sua personalissima maniera di costruire il reale in quadri che paiono astratti come Funghi (1886), Pesci (1886), Anatra appesa (1886). La IV sezione Natura e vita dei campi raccoglie i capolavori sulla vita agreste caratterizzati dalla presenza femminile, come La raccolta dei bozzoli (1882-1883), Dopo il temporale (1883-1884), L’ultima fatica del giorno (1884) sia nella versione a olio che in quella a pastello che nell’ultima del 1891 a carboncino, Vacca bagnata (1890), mai esposto in Italia, Ritorno all’ovile (1888), Allo sciogliersi delle nevi (1891), Riposo all’ombra (1892), La raccolta delle patate (1886), La raccolta delle zucche (1884 circa), sino al primo paesaggio monumentale Alla stanga (1886). All’interno di questa sezione troviamo una sottosezione Il disegno dal dipinto, a testimonianza del continuo rifacimento di Segantini dei propri lavori, che venivano modificati per arrivare a soluzioni diverse: sono qui esposti mirabili disegni tratti dal dipinto già realizzato, opere compiute e di altissima qualità stilistica. Segantini si riallaccia alla tradizione della pittura contadina derivata da Millet e dai pittori francesi della metà dell’Ottocento, la supera e arriva poi al simbolismo di una natura incentrata sul paesaggio, dove il contadino è incidentale nella natura. Raffigura inoltre la religiosità degli umili, cui da voce in opere fondamentali presenti nella V sezione Natura e simbolo come Effetto di luna (1882), il celeberrimo Ave Maria a trasbordo (II versione 1886) presentato con i vari disegni precedenti e successivi alla tela, Ritorno dal bosco (1890), opere “dove Segantini già tocca, in embrione – afferma Quinsac – le tematiche chiave cardine del suo simbolismo: solitudine al cospetto della natura, armonia tra natura e destino, calore e tenerezza delle greggi, implicito parallelo tra maternità umana e animale”. Anche in questa sezione sono presenti importanti disegni tratti da dipinti come La raccolta del fieno (1889- 1890), All’arcolaio (1892), Ave Maria sui monti (1890). Con il trasferimento in Svizzera nel 1886, Segantini approda al suo personale divisionismo, spezzando la materia in lunghi filamenti di colore. Protagoniste saranno le Alpi, prese sempre di scorcio. Oltre alle donne compaiono gli uomini, anche se dopo il 1890 la natura dominerà sempre di più la scena in composizioni molto vaste dove la presenza umana sarà solo simbolica. Ai capolavori indiscussi del periodo di Savognino, Mezzogiorno sulle alpi (1891), Ritorno dal bosco (1890), fanno seguito le monumentali opere in formato orizzontale, in un divisionismo atto a rendere la luce rarefatta delle Alpi, in cui il paesaggio è maggiormente protagonista e assurge a simbolo come L’ora mesta (1892), Donna alla fonte (1893), Primavera sulle Alpi (1897). La VI sezione Fonti letterarie e illustrazioni mostra l’evoluzione del modus operandi di Segantini attraverso importanti disegni ispirati a opere letterarie e religiose, la Bibbia e Così parlò Zarathustra di Nietzsche. Nella VII sezione, dedicata al Trittico dell’Engadina, viene ricostruita attraverso disegni, studi preparatori e filmati la genesi di questa monumentale opera concepita tra il 1896 e il 1899 e considerata il testamento spirituale dell’artista. Nella sezione conclusiva La maternità sono presenti altri capolavori come lo splendido olio Le due madri (1889) della GAM di Milano, considerato manifesto del divisionismo italiano alla prima Triennale di Brera che vide la nascita ufficiale del movimento, e le opere simboliste in cui l’uso dell’oro e argento in polvere si abbina a una tecnica mista di derivazione divisionista, come le due versioni de L’Angelo della Vita (1894), quella della GAM e quella di Budapest, riprese anche in due disegni, e L’amore alla fonte della Vita (1896). A ulteriore approfondimento, i visitatori saranno qui accompagnati anche da un breve filmato che li aiuterà a comprendere nella sua totalità la riflessione segantiniana sul tema della maternità che, anche per via della sua vicenda familiare, si era trasformato per lui in un’ossessione e nel quale il suo simbolismo raggiunge gli esiti più alti. Segantini muore il 29 settembre del 1899, ancora giovane e famoso, tra i pittori meglio pagati del suo tempo e presente con le sue opere in molte importanti collezioni pubbliche olandesi, belghe, tedesche, austriache, ungheresi e inglesi, tanto che nel primo decennio del Novecento sarà il riferimento per i maestri delle avanguardie europee. Con la prima guerra mondiale, l’isolamento culturale dell’Italia fascista e la visione franco-centrica della storiografia delle avanguardie europee elaborata nel Novecento, Segantini viene relegato nel limbo del provincialismo, subendo in seguito la condanna politicizzata del futurismo italiano. Dato il numero limitato di opere prodotte, disperse in tutto il mondo e rese molto fragili dalla tecnica utilizzata, il percorso dell’artista è stato ricostruito solo poche volte nella sua interezza, con i capolavori simbolisti visionari accanto a quelli naturalisti, ai ritratti e alle nature morte degli esordi; per i più recenti episodi si deve infatti risalire alla mostra di San Gallo in Svizzera del 1956 e alla retrospettiva del centenario ad Arco nel 1958. Il catalogo della mostra sarà edito da Skira e conterrà i saggi di Annie Paule Quinsac, Diana Segantini, Pietro Bellasi, Dora Lardelli, Guido Magnaguagno, Beat Stutzer e Luigi Zanzi; le immagini di tutte le opere esposte, fotografie e altre illustrazioni con un testo introduttivo a ciascuna sezione della mostra; le schede tecniche, bibliografiche ed espositive delle opere curate da Annie Paul Quinsac e Donatella Tronelli; tre testi di indagini scientifiche su tre opere esposte – Dopo il temporale, Il ventaglio de L’amore alle fonti della vita, Alla stanga – curati da Gianluca Poldi, Letizia Montalbano e Stefania Frezzotti e gli apparati con le esposizioni, un aggiornamento dei passaggi di proprietà e la bibliografia di Segantini, curati da Donatella Tronelli. La rassegna di Milano a Palazzo Reale intende così rendere compiuto omaggio a uno dei maggiori artisti europei del secondo Ottocento che “in meno di vent’anni di attività ha espresso – conclude Quinsac – tutte le angosce e i fermenti della sua epoca in un linguaggio che, teso tra innovazione e tradizione, risulta di una forza senza ulteriori esempi”. “Già con la mostra di grande rilievo internazionale alla Fondation Beyeler – afferma Diana Segantini - si era dato a Giovanni Segantini, affiancato dai celebri pittori europei dell’epoca, il posto che merita nella storia dell’arte. Dati la sua biografia e il suo percorso artistico strettamente legati alla capitale lombarda, questa mostra darà a Segantini la giusta risonanza a tutti livelli e soprattutto sarà salutata come il suo ritorno a Milano”. 

2013

Divisionism. Mastery of Color? Effusion of Color!

While the Impressionists tried to convey reality as our ‘eye’ sees it with rapid brushstrokes, Divisionist artists sought to render light by using a whole science of painting whose characteristic feature was the optical combination of colours instead of chemically mixing  pigments on the palette. From the 1880s, artists all over Europe were inventing a new pictorial language based on the laws of optics. Using a variety of strokes, ranging from dots to daubs, filaments to commas, they juxtaposed pure colours and left it up to the eye of the viewer to re-compose the picture with all its subtleties. The challenge facing the organizers of this ground-breaking exhibition has been to tell the story of the Divisionism’s adventure as it spread across Europe: for the first time, over a hundred French, Italian, Swiss, Dutch, German and Belgian works are exhibited side-by-side. Paintings by major artists such as Georges Seurat, Paul Signac, Camille Pissarro, Gaetano Previati, Angelo Morbelli, Carlo Fornara, Giovanni Segantini, Théo Van Rysselberghe, Giovanni Giacometti and Cuno Amiet are interacting and entering in a dialogue, which highlights the movement’s multiple facets… From mastery of colour to effusion of colour.

L'Ottocento tra poesia rurale e realtà urbana. Un mondo in trasformazione

Due date emblematiche, quelle del 1830 e del 1915, a racchiudere le immagini dei cambiamenti della società, sia contadina che urbana, fissati sulla tela dai maggiori artisti attivi in area lombarda e ticinese in quei decenni. Questo l’affascinante racconto che la Pinacoteca cantonale Giovanni Züst di Rancate (Mendrisio) propone dal 13 ottobre 2013 al 12 gennaio 2014 con la grande mostra “Un mondo in trasformazione. L'Ottocento tra poesia rurale e realtà urbana” a cura di Giovanni Anzani ed Elisabetta Chiodini.

La rassegna ripercorre i cambiamenti intervenuti in questo momento storico cruciale. Lo fa attraverso una novantina di capolavori eseguiti dai maggiori protagonisti della cultura figurativa ottocentesca lombarda e ticinese. L’oculata scelta delle opere si prefigge d’illustrare l’evoluzione della pittura di paesaggio, rurale e urbano, tra il 1830 e il 1915 con le conseguenti implicazioni sulla società. Non solo paesaggi quindi, ma anche scene di vita quotidiana.
Lungo il percorso della mostra il visitatore avrà modo di immergersi nell’ambiente cittadino ottocentesco attraverso le suggestive vedute di Lugano e Milano, dipinte da artisti quali Giovanni Migliara, Giuseppe Canella e Carlo Bossoli, che testimoniano le significative modifiche dell’assetto urbano. Da queste vedute tipiche dell’epoca romantica si passa a una visione della città più attenta ai mutamenti della modernità: irrompono infatti la presenza della ferrovia, dell’industria e del disagio sociale, ma anche nuovi momenti ricreativi, dedicati allo svago collettivo e privato. Tra i principali interpreti di questo mondo in trasformazione troviamo Carcano, Franzoni, Feragutti Visconti e Mosè Bianchi che con Corso di Porta Ticinese tratteggia i contorni di una Milano fumosa e brulicante di vita, mentre con Lavandaie immortala la fatica di umili donne iscritte in un paesaggio che conserva ancora cadenze bucoliche. Quadri in cui la denuncia sociale si fa più esplicita sono ad esempio Alveare di Luigi Rossi, Ritorno dal lavoro e L’abbruttito di Pietro Chiesa, Venduta! di Angelo Morbelli, dipinto che ritrae l’annichilente realtà della prostituzione minorile. A quest’ultimo artista, portavoce delle diverse declinazioni del suo tempo, la mostra dedica un’intera sala. I mutamenti delle abitudini e dei costumi della società strettamente connessi al nuovo paesaggio, inteso come luogo abitato e vissuto, compongono l’universo artistico di numerosi pittori. Accanto alla fatica della vita contadina e alla miseria che alberga nelle zone suburbane, trovano spazio i lussi e i sollazzi della borghesia descritti in quadri che trasmettono la spensieratezza delle classi sociali più agiate.
Alla trasfigurazione della città si affiancano i paesaggi della campagna ticinese e lombarda che paiono cristallizzati in una visione idealizzata dai toni lirici. Profondi mutamenti stilistici stravolgono l’arte del XIX secolo: una diversificazione di linguaggi che spazia da influenze scapigliate a ricerche più schiettamente veriste per approdare al divisionismo di Segantini, Longoni, Pellizza da Volpedo, Berta e Sottocornola e aprire una finestra sulla prima fase del Novecento con le opere prefuturiste di Boccioni. I vari nodi della mostra verranno sottolineati da testi poetici e in prosa, coevi ai dipinti e a loro legati per tematiche o atmosfere, al fine di evocare in maniera ancor più vibrante lo spirito dell’epoca.

La Maison Goupil. Il successo italiano a Parigi negli anni dell'Impressionismo

Tornano per la prima volta insieme le opere degli artisti italiani della seconda metà dell’Ottocento, che lavorarono per la famosa Galleria Goupil di Parigi. Una Maison che raccolse una scuola vera e propria di pittori di diversa provenienza e formazione, francesi, italiani, spagnoli, ungheresi, che uniti da un comune progetto e sentimento, dipinsero scene di vita quotidiana e di genere, ambientate in eleganti interni o in ombrosi giardini, scene in costume, vedute urbane e paesaggi animati. Opere che divennero, grazie all’infaticabile lavoro di promozione e diffusione della Galleria, immediatamente popolari e apprezzate da collezionisti, critici e mercanti, creando e alimentando un gusto collezionistico di respiro europeo e internazionale, i cui effetti proseguiranno ben oltre gli inizi del Novecento. La Mostra, a cura di Paolo Serafini, nasce dallo studio dei materiali conservati al Musée Goupil di Bordeaux, che custodisce migliaia di incisioni e fotografie di opere appartenute alla galleria, e al Getty Research Institute di Los Angeles, che possiede i registri originali di tutte le opere acquistate e vendute dalla Maison. Per la prima volta, questa mostra esporrà le opere originali accanto ad alcune delle meravigliose incisioni prodotte dalla Maison con diverse tecniche e formati (incisione, fotopittura dall’originale, fotografia, fotoincisione) nel desiderio di raggiungere la più ampia base di clienti con un prodotto di alta qualità a basso costo, facilmente collocabile nelle case borghesi di quel tempo. La Maison Goupil e l’Italia ricostruisce l’esatta consistenza delle opere italiane possedute dalla Galleria, e testimonia il grande successo avuto dai nostri artisti a Parigi negli anni dell’Impressionismo.

2012

Verso oriente e ritorno

La mostra Verso Oriente e Ritorno (ingresso a pagamento) viene realizzata con la collaborazione di un prestigioso Comitato scientifico di cui fanno parte Jale Erzen, Giovanni Godi, Pietro Lenzini, Vincenzo Lucchese Salati, Raffaele Milani, Giordano Montecchi, Nicola Muschitello, Paola Pallottino, Eugenio Riccomini, Oliva Rucellai, Marilena Pasquali. La mostra evidenzia l'interscambio di cultura e immagini che unisce oggi come in passato i paesi che si affacciano sul Mediterraneo, quelli della sponda europea e quelli della sponda islamica, e presenta circa cento opere di pittura, scultura, grafica e ceramica dei protagonisti dell'Orientalismo italiano, in un arco di tempo che va dalla metà dell'Ottocento ai primi vent'anni del Novecento, privilegiando quelle opere in cui meglio si manifesti il contributo che la cultura islamica ha portato a quella italiana sul piano delle suggestioni di immagine, degli spunti creativi, dei modelli decorativi. Interni sontuosi, particolari d'arredo, rivestimenti preziosi affollano infatti le opere degli Orientalisti, anzi spesso ne rappresentano il tratto distintivo. E non di rado la ceramica - raffinati oggetti d'uso, coloratissime riggiole o pezzi unici - vi si trova rappresentata con lo scrupolo di una testimonianza oggettiva o il fascino di un'eco lontana. L'arte orientalista -"genere" di gran moda in tutta Europa ed anche in Italia per più di un secolo - diventa il terreno d'indagine per analizzare gli scambi di linguaggio, i motivi ornamentali e i prestiti d'immagine tra arte e stile di vita europei, da un lato e, mondo arabo dall'altro, nel confronto diretto tra opere originali e pezzi ceramici, ma anche attraverso illustrazioni, fotografie, cartelloni pubblicitari, riviste e volumi, architetture ed arredi di interni. Un ampio apparato documentario e multimediale avrà in mostra il compito di far meglio risaltare le opere, contestualizzando ogni pezzo nella cornice del suo tempo e proponendo elementi visivi utili per comprendere la rete di scambi fittissimi che fino alla caduta dell'Impero Ottomano ha legato l'Italia a quei territori sterminati, dalla capitale sontuosa e decadente, Istanbul, alle regioni del Nord Africa. Per collegare al presente quegli anni, forse soltanto in apparenza così lontani da noi, uno spazio specifico verrà riservato ad alcuni artisti italiani contemporanei che in anni recenti hanno intrapreso il loro personale "viaggio in Oriente", riportando nelle loro opere echi e profumi di questo "altrove" divenuto paesaggio interiore.

Il divisionismo. La luce del moderno

Il periodo che questa mostra illumina è quello tra il 1890 e l’indomani della Grande Guerra. Negli anni in cui in Francia Signac e Seraut “punteggiano” il Neo Impressionismo, anche in Italia diversi artisti si confrontano con l’uso "diviso" dei colori complementari. E lo fanno con assoluta originalità. E’, come afferma il sottotitolo della mostra, la luce del moderno che essi così magistralmente creano e interpretano. Sono sperimentazioni che consentono agli artisti che si affacciano alle soglie del Novecento di affrontare con tecnica spesso audace e coraggiosa le tematiche del nuovo secolo, dal mutato rapporto con la realtà agreste all’evoluzione della città moderna, dalle scoperte scientifiche agli incombenti conflitti sociali. E’ la prima effettiva cesura rispetto agli stili del passato, prima delle avanguardie. Nel Divisionismo italiano i puntini e le barrette colorate dei francesi diventano filamenti frastagliati che invece di accostarsi spesso si sovrappongono. Ma ciò che è veramente diverso è lo spirito: qui la nuova tecnica pittorica aiuta a rappresentare, meglio di altre, l’intimità, l’allegria, lo spiritualismo, il simbolismo, l’ideologia anche politica. Ovvero i sentimenti, le passioni, le istanze che univano quella generazione di artisti. Pittura di luce, colore ma anche e soprattutto pittura di emozioni. L’indagine che Francesca Cagianelli e Dario Matteoni proporranno a Palazzo Roverella rilegge la storia di questo momento magico dell’arte italiana. Valorizzando figure come quella di Vittore Grubicy de Dragon e il suo Divisionismo fatto di musica e di ricerca scientifica. Poi Plinio Nomellini, icona del Divisionismo tra Toscana e Liguria, prototipo di quelle diverse dimensioni territoriali che sono forse la maggiore ricchezza del movimento e che questa mostra mette, per la prima volta, in giusta evidenza. Poi i grandissimi: Previati, Segantini, Morbelli, Pellizza da Volpedo. E ancora il ricordo della storica Sala Divisionista della Biennale del 1914. Per giungere alla straordinaria stagione divisionista di artisti come Giacomo Balla, Umberto Boccioni, Gino Severini, Carlo Carrà e alla Secessione Romana. Ultimi, emozionanti bagliori di una vicenda artistica che va a concludersi, per sfociare nel rivoluzionario “nuovo” del Futurismo. Ed è l’avvio di un’altra grande storia tutta italiana.

2011

Il simbolismo in Italia

Il tema e l’ambito sono ben noti: a cavallo tra Otto e Novecento, l’inconscio irrompe nell’arte e nulla sarà più come prima. E’ la scoperta di un mondo “altro”, affascinante, intrigante, di una nuova lente che vira la percezione di ogni realtà, si tratti di un paesaggio fisico e di un moto dell’anima. E’ la storia di un movimento che si estende velocemente su scala europea ma che qui viene compitamente – ed è la prima volta – indagato nella sua fondamentale vicenda italiana. Non senza proporre confronti oltre confine e in particolare con l’ambito austriaco del Simbolismo: valgano tra tutti la Giuditta – Salomè, di Gustav Klimt o Il Peccato, celebre capolavoro di Franz von Stuck: due opere che valgono da sole la visita alla mostra. Ma se i raffronti internazionali sono di assoluta qualità, ciò che di italiano offrono le otto sezioni di questa mostra, non è certo da meno. Sono opere che, nel loro insieme, ricostruiscono quel dibattito sulla missione dell’arte che infuocò quegli anni di decisive mutazioni sociali. Opere che evocano ciò che aleggiava negli ambienti letterari e filosofici di Gabriele D’Annunzio o di Angelo Conti o nei cenacoli musicali devoti a Wagner, mentre le Esposizioni portavano in Italia i fermenti dei movimenti europei. Proprio con una esposizione, la Triennale di Brera del 1891, si apre l’itinerario della mostra che presenta affiancate Le due madri di Giovanni Segantini e Maternità di Gaetano Previati, quadri che segnano la sintesi fra divisionismo e contenuti simbolici. Segue una sezione dedicata ai ‘protagonisti’: gli artisti italiani e stranieri che parteciparono direttamente a quell’avventura poetica cresciuta intorno al Manifesto del 1886 di Jean Moréas e all’ “arte di pensiero” foriera della poetica degli stati d’animo. “Un paesaggio è uno stato dell’anima” scriveva Henry-Frédéric Amiel e a questo principio è ispirata la sezione che, trattando del sentimento panico della natura, espone opere dove prevalgono, nella rappresentazione del paesaggio, la nebbia, i bagliori notturni, la variabilità atmosferica, le situazioni insomma più facilmente collegabili ai turbamenti psicologici. A prefazione di questo tema l’ Isola dei morti di Böcklin nella raffinata ed inedita versione di Otto Vermehren, affiancata dai dipinti di Vittore Grubicy, di Pellizza da Volpedo, di Plinio Nomellini. Il mistero della vita è il soggetto della successiva sezione. Qui troviamo la rappresentazione di azioni quotidiane: la processione, le gioie materne, il viatico, la partenza mattutina. Emblemi di quell’ “artista veggente” che aveva il compito, secondo le teorie simboliste, di decifrare il mondo dei fenomeni e di cogliere le affinità latenti e misteriose esistenti tra l’uomo e la realtà circostante. Alle soglie del Novecento, Angelo Conti affermava che la natura, anche nelle sue calme apparenze, era “tutta uno spasimo, una frenesia di rivelarsi ed esprimere, per mezzo dell’uomo il segreto della sua vita”: un segreto che spesso era demandato a rappresentazioni dense di rimandi letterari, di evocazioni mitologiche cariche di sensualità, in cui l’artista esibiva la capacità di trasformarne quei contenuti in immaginazioni rare e coinvolgenti, come nei dipinti di Pellizza da Volpedo, Morbelli e Casorati. L’ispirazione preraffaellita domina la pittura di Giulio Aristide Sartorio, Adolfo De Carolis realizza le aspirazioni figurative di D’Annunzio, Galileo Chini intesse sontuose e iridescenti allegorie, Leonardo Bistolfi interroga la Sfinge, Gaetano Previati riscopre nella storia il dramma di Cleopatra: le sezioni che illustrano il mito e l’allegoria propongono i capolavori di questi artisti mettendone in evidenza la portata internazionale attraverso il confronto – clamoroso per importanza e qualità – con le opere di Gustav Klimt e di Franz von Stuck. E’ nella sezione dedicata al ‘bianco e nero’, cioè alla nutrita produzione grafica degli anni fra Otto e Novecento, che meglio si comprende il dialogo degli italiani con la cultura figurativa mitteleuropea, impegnata ad indagare i più riposti sentimenti dell’uomo, i suoi fantasmi interiori. Spiccano in questa i fogli di Gaetano Previati, di Alberto Martini, di Romolo Romani, di Giovanni Costetti, di Umberto Boccioni, del giovane Ottone Rosai, che variano dall’allegorico, al fiabesco, al fantastico, all’orrido, confermando l’idea allora ricorrente che solo attraverso il disegno si riuscisse a preservare la spiritualità della visione dalle scorie della quotidiana esperienza. Il percorso della mostra si conclude nella ‘Sala del Sogno’, che alla Biennale di Venezia del 1907 aveva consacrato le istanze e le realizzazioni della generazione simbolista creando una vera e propria scenografia affidata all’ingegno decorativo di Galileo Chini e agli artisti che, con la loro militanza, avevano contribuito ad alimentare le poetiche del ‘piacere’ e dell’inquietudine, della bellezza e del mito, della spiritualità e degli stati d’animo, sostenendole con tenacia fino alle soglie della rivoluzione futurista cui introducono due capolavori ancora simbolisti di Umberto Boccioni come Il sogno (Paolo e Francesca) e La madre che cuce.

Incanti e scoperte. L'Oriente nella pittura dell'Ottocento italiano

A Palazzo Marra, sede della Pinacoteca De Nittis, dal 5 marzo al 10 luglio, un centinaio di selezionatissime opere raccontano l'Oriente nella pittura dell'Ottocento italiano nella più approfondita esposizione mai allestita sul tema. "Incanti e scoperte. L'Oriente nella pittura dell'Ottocento italiano" è promossa dal Comune di Barletta e dalla Regione Puglia ed è curata da Emanuela Angiuli e Anna Villari.

Gli echi della spedizione di Napoleone in Egitto, i resoconti di esploratori, faccendieri e ardimentosi avevano infiammato la fantasia del Vecchio Continente. Le cronache di piaceri proibiti, odalische, harem, hammam avevano fatto il resto. Poi c'era la voglia di saperne di più, di scoprire e capire terre geograficamente non tra le più lontane, eppure distanti per cultura, storia, atmosfere. Una malia che stregò molti artisti, alimentata da committenti altrettanto presi dal fascino di un Oriente vicino e, allo stesso tempo, lontanissimo. La mostra di Palazzo Marra dà conto di questa ventata d'Oriente in pittura riconoscendo come punto d'avvio, non unico ma certo particolarmente importante, Francesco Hayez. Il veneziano non si mosse dall'Italia tuttavia si lasciò felicemente contagiare dal vento d'Oriente, dall'esotismo, dall'erotismo che al mondo arabo sembrava connaturato. E che colpisce un altro veneto, Ippolito Caffi, che decide di viverlo di persona in un lungo viaggio tra Costantinopoli, Smirne, Efeso e il Cairo da cui trae opere memorabili e un gusto che connoterà per sempre la sua pittura. Parma, prima Alberto Pasini e poi Roberto Guastalla, il "Pellegrino del sole", percorrono carovaniere e città per raccontare questi altri mondi. Il secondo lo fa portandosi dietro, oltre a tavolozza, cavalletto e pennelli anche uno strumento nuovo, la macchina fotografica.
Da Firenze parte alla volta dell'Egitto Stefano Ussi che in quel Paese, subito dopo l'apertura del Canale di Suez, lavora per il Pascià prima di trasferirsi in Marocco con l'amico Cesare Biseo, anch'egli proveniente dalla corte del Viceré d'Egitto. Da questo viaggio i due traggono gli spunti per illustrare, magistralmente, "Marocco" di Edmondo De Amicis. Al fascino della scoperta che si fa suggestiva visione di mondi "altri" soggiacciono Federico Faruffini, Eugenio Zampighi, Pompeo Mariani Augusto Valli, Giulio Viotti, Achille Glisenti, Giuseppe Molteni, a conferma della trasversalità e del dilagare in tutta la penisola dell'affascinante pandemia. Al contagio dell'Orientalismo non sfugge certo il Mezzogiorno d'Italia. Ne è testimonianza, a Napoli, Domenico Morelli che, senza mai aver messo piede nei territori d'oltremare, descrive magistralmente velate odalische, figure di arabi, mistiche atmosfere di preghiere a Maometto. Visioni esotiche soffuse di raffinato erotismo si ritrovano anche negli oli scenografici di Vincenzo Marinelli, Fabio Fabbi, del siciliano Ettore Cercone e del pugliese Francesco Netti. La Puglia, tradizionale testa di ponte verso l'Oriente, ritrovò nell'Orientalismo il ricordo di memorie lontane. E' un Oriente intimista quello che magistralmente propone Francesco Netti dopo il viaggio in Turchia. I suoi sono dipinti venati dallo stesso "garbo mediterraneo" che si ritrova nelle odalische di Domenico Morelli. Al di là dell'Adriatico, Paesaggi, Le città e gli incontri, Sognando le odalische sono i capitoli della mostra. <<Due mondi, Occidente e Oriente, si incontrano - sottolinea Emanuela Angiuli - nelle tessiture del viaggio, sulle piste dilatate del deserto, nei regni delle carovane, fra odori, colori, brusii delle città, nelle stanze segrete dell'harem e le movenze inebrianti di suonatori e danzatrici. L'Oriente raccontato dai capolavori esposti nella mostra si specchia in altri capolavori, stavolta incastonati nel paesaggio: le architetture moresche del Salento. Pagine d'arte e della cultura di due mondi oggi quanto mai vicini e dialoganti>>.

2010

Giacomo Favretto. Venezia, fascino e seduzione

Il veneziano Giacomo Favretto (1849-1887) è uno dei più importanti maestri dell’Ottocento italiano, per la qualità della pittura, l’originalità del percorso, le contiguità con l’opera di altri artisti a lui vicini o contemporanei. Vero “innovatore“ della scuola veneziana della seconda metà del secolo, recupera, aggiornandoli, gli aspetti peculiari della grande tradizione veneta – da Longhi a Tiepolo – abbandonati nella prima metà dell’Ottocento a favore della pittura di storia e di quella di paesaggio. Favretto sarà un pittore di enorme successo nella sua breve, intensa carriera. Scomparirà prematuramente nel 1887 lasciando sul cavalletto, incompiuto, quel Liston moderno che avrebbe forse potuto rappresentare una possibile declinazione veneziana delle più moderne tendenze internazionali: ma la Biennale nascerà a Venezia solo nel 1895. È, questa, la prima mostra a lui dedicata ai nostri tempi. Coprodotta con il Chiostro del Bramante di Roma , approda doverosamente a Venezia, in una versione ricca e aggiornata con straordinari inediti. Circa 80 le opere esposte. Di Favretto si copre l’intero arco della produzione artistica, presentando, tra l’altro, capolavori già appartenuti alle raccolte del Re d’Italia e notevoli opere sconosciute al grande pubblico, provenienti da Musei o collezioni private; ma, con particolare attenzione, la mostra si sofferma anche su relazioni e confronti tra Favretto e altri protagonisti della pittura veneta coeva, tra cui Ettore Tito, Alessandro Milesi, Guglielmo Ciardi, Luigi Nono. La mostra ripercorre tutte le tappe della vicenda artistica di Favretto: dagli esordi all’Accademia di Belle Arti di Venezia (in mostra l’originalità della sua visione emerge anche dal confronto con i suoi maestri dell’epoca, da Pompeo Marino Molmenti a Michelangelo Grigoletti), ai successi a Brera, fino alla partecipazione all’Esposizione Universale di Parigi (1878) da cui torna con nuove ispirazioni e suggestioni tecniche. L’esposizione prosegue poi con le composizioni degli anni Ottanta, che riscuotono un vastissimo consenso di critica e di pubblico. 

 

2009

Boldini e gli italiani a Parigi. Tra realtà e impressione

Scapigliatura

2008

La pittura del vero tra Lombardia e Canton Ticino

Naturalismo nella pittura italiana tra '800 e '900

2007

Antonio Mancini. Nineteenth-Century Italian Master

Uno dei più grandi pittori moderni italiani, Antonio Mancini (1852-1930) è conosciuto per i suoi metodi di pittura audaci e innovativi. Questa panoramica della sua carriera, il primo studio completo in inglese, fa seguito alla  recente acquisizione di quindici grandi dipinti ad olio e pastelli di Mancini da parte del Philadelphia Museum of Art, tra cui il famoso Il Saltimbanco ( 1877-1878 ).

I dipinti di Mancini sono allo stesso tempo realistici e visionari, e rispecchiano una carriera che lo ha portato dai mitici bassifondi di Napoli a Parigi, Roma e alle case di campagna inglesi. Di particolare interesse è la vicinanza di Mancini al mondo dell'arte americana, dove una volta era una figura controversa tanto discussa sostenuta da un piccolo gruppo di committenti e artisti americani prima di diventare famoso in Italia. John Singer Sargent si dice abbia definito Mancini il più grande pittore vivente.

Divisionism Neo - Impressionism Arcadia & Anarchy

Silvestro Lega. I Macchiaioli e il Quattrocento

2006

Il segno della Scapigliatura. Rinnovamento tra il Canton Ticino e la Lombardia nel secondo Ottocento

2003

Giovanni Fattori. Il sentimento della figura

1999

La Chioggia di Leonardo Bazzaro. Materia, senso e poesia del colore

1998

Leonardo Bazzaro

2017

Conversazione intorno a Daniele Ranzoni

Una piacevole chiacchierata nel bellissimo cortile di via Manzoni 45, per raccontare del grande artista Daniele Ranzoni e per concedersi, a fine incontro, un piccolo aperitivo scapigliato...

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2016

L'altra Brera: storia della Prima Triennale del 1891

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L'altra Brera: storia della Prima Triennale del 1891

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La collezione segreta. Raccolta Mario Rossello

Tra le più celebri e segrete raccolte di pittura italiana dell'Ottocento, la collezione Rossello viene per la prima volta svelata dopo lunghi anni di ricerche, raccontando non solo la storia dei capolavori che la composero ma l'avventura artistica e la carriera del suo leggendario creatore.

Comunicato Stampa 

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Nuove tecniche a confronto: ologramma e radiografia d'arte

Domenica 1 maggio alle ore 15.30, all’interno del programma culturale di MIA Photo Fair 2016, Thierry Radelet illustrerà il ruolo tra fotografia e radiografia nella sua indagine alla tavola rotonda "Nuove tecniche a confronto: ologramma e radiografie d'arte".

2015

Segantini. Riflessioni intorno ad un dipinto: Petalo di rosa

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Il Piccio Tra arte e scienza

 

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